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Professione PR Manager, il dietro le quinte di una scelta

Professione PR Manager, ovvero Manager delle Pubbliche Relazioni. Una professione sempre più strategica oggi, che richiede competenze ampie ed articolate sia nell’offline che nell’online e che necessita di capacità di coordinamento, progettazione e programmazione; ma soprattutto la capacità di saper tutelare la reputazione di un’azienda, un brand, un personaggio pubblico, un prodotto, un servizio, un progetto.

La caratteristica principale di un PR Manager oggi è la capacità di auto controllo. Consapevolezza delle emozioni e della loro gestione come aspetto principale per garantire tempestività, scelte efficaci, e risoluzione delle criticità con un approccio pro attivo.

Dall’offline all’online ci troviamo quotidianamente a dover affrontare delle situazioni “di criticità” che non significa per forza una vera e propria crisi mediatica (anche se è una delle specializzazioni che ho scelto e che mi permette di lavorare accanto ad altri PR Manager come consulente e formatore), ma anche ad un momento di difficoltà dell’oratore prescelto dall’azienda che esce dagli argomenti concordati e rischia di portare un suo pensiero nell’identità Corporate. Questo non significa che si deve obbligare la spoke person a “privarsi della propria identità” ma significa educarla alla percezione da parte del pubblico. Il tema della percezione è fondamentale per la consapevolezza della reputazione e più la figura è strategica e più si rischia che il pensiero del singolo venga poi attribuito all’azienda o al brand.

La scelta delle parole non è un’attività causale, né tantomeno semplice oggi. Così come la scelta di un’immagine che può poi diventare un prodotto, una pubblicità o altro. I backlash ne sono un esempio chiave, così come i greenwash, così come gli epicfail tutti risultati negativi di scelte generate dalla mancanza di una consapevolezza di fondo: la specializzazione.

Il PR Manager non è un tuttologo, ma un esperto che conosce perfettamente lo scenario in cui si inserisce e dunque oggi conosce opportunità e rischi e ha il ruolo di coordinamento, progettazione e programmazione. Costruisce la comunicazione, identifica i valori, i punti di forza e i punti di debolezza che possono impattare sulla percezione da parte del pubblico e su questi costruisce, insieme al proprio team specializzato, la strategia migliore per la promozione e valorizzazione.

Lavorare innanzitutto sulla tutela e poi sulla promozione e valorizzazione. Oggi i rischi sono talmente elevati, soprattutto online e attraverso i social che è fondamentale investire energie e risorse nella tutela. Stiamo parlando di Capitale Reputazionale che se intaccato, va ad impattare pesantemente sull’asset economico.

Non è una professione che si improvvisa, e non è un job title che si può usare “per fare colpo”, soprattutto se non si ha una grande esperienza nel coordinamento di altre figure professionali, degli strumenti del digitale e soprattutto consapevolezza del mercato in ambito economico, nelle dinamiche, nella conoscenza delle relazioni che intercorrono. Insomma è fondamentale conoscere concretamente ciò che avviene all’interno del mercato in tutte le sue caratteristiche.

E’ sicuramente una scelta che va ponderata bene. La mia per esempio è una scelta consapevole che corrisponde alla mia crescita personale. E’ per questo che amo follemente il mio lavoro! Ed ogni passo mi ricorda perché lo faccio.

Ho deciso di fare questa professione ventitré anni fa per crescere non solo a livello di competenze ma anche per superare i miei limiti. Sapevo che volevo lavorare nella comunicazione da sempre: la scrittura, le immagini e i suoni sono la mia essenza, ma partivo con l’essere una bambina molto timida e riservata che scriveva e fotografava moltissimo ma poi chiudeva con dei nastri tutto in un armadio. Amavo le lingue straniere, adoravo leggere i giornali e riflettere sugli articoli; divoravo libri ma non era assolutamente facile per me confrontarmi verso l’esterno, anche se mi sarebbe piaciuto moltissimo. Il mio interlocutore ideale era mio padre: colto, profondo, sensibile e con importanti esperienze alle spalle. Il primo scoglio più grande fu il “pen friend inglese!”, ma non per la stesura di lettere cariche di positività e di inclusione, e neppure per la lingua; ma per il fatto che imbucandola, ero certa l’avrebbe letta un “estraneo”. I limiti si possono conoscere solo affrontando le proprie paure e così con una valigia, tanta determinazione e il coraggio trattenuto a forza nella mia mano serrata ho iniziato il mio viaggio “oltre i miei limiti” e oggi lo definisco il più grande regalo che mi sono fatta, naturalmente insieme alla nascita di Violante.